venerdì 11 gennaio 2013

centro storico


 Vico Granata da piazza della Repubblica

 Case basse in via Santa Maria

 il campanile di san Severino

 Case basse in via Santa Maria
case basse in via Sergio Fagnano

Particolare di un finestrino in via  Sergio Fagnano

casa bassa in via Sergio Fagnano

Case basse in via Sergio Fagnano, vista verso ovest
Via Sergio Fagnano, particolare del comignolo

via Morelli e Silvati

 case basse in vico s.Benedetto

 un piccolo giardino segreto tra vico s. Benedetto e via s. Giuseppe

un'insolita testa di cavallo sporge dalla facciata di una casa di via Mercato

 Inizio di vico Granata da Piazza della Repubblica, da notare i cantonali in pietra presenti solo nelle fabbriche che affacciano in questa piazza.

 Case basse in vico Cicorielle

 Case basse in vico Seminario

 bassorilievo alla base del campanile di s. Giovanni, uno simile nella zoccolatura della facciata della chiesa dei Celestini è stato scalpellato agli inizi degli anni 60. Resta solo la sporgenza dalla pietra.

vico Mazzilli

 Case basse in via Santa Maria
 Base di torchio usata come fondazione in via Borgo Casale

 (foto dell'archivio L. Biccari) casa a due piani su via A Fraccacreta prima della costruzione del Banco di Roma

  (foto dell'archivio L. Biccari) casa a due piani su via A Fraccacreta prima della costruzione del Banco di Roma

 frammento di breccia corallina raccolta in località s. Lucia sulla strada tra Apricena e s. Marco

brocchette da vino , rinvenute in un pozzo di una vecchia fornace nei pressi di via E. DE Troia. Sono degli scarti di produzione mai sottoposti a cottura perchè crepati o deformati.

Corridoio interno in palazzo Celestini verso via dei Quaranta

Corridoio interno in palazzo Celestini dalla parte opposta a via dei Quaranta

sabato 24 novembre 2012

Tracce angioine a San Severo


Tracce angioine a San Severo.

Per la cultura locale il terremoto del 1627 è stato un comodo alibi per liquidare in un attimo tutto il medioevo di San Severo. Leggiamo da sempre che, dopo il sisma, la città fu ricostruita in forme barocche.
Da un punto di vista personale, ritengo che molte tracce medievali siano ancora visibili e che risulta incomprensibile la pervicacia con cui si cerca di nascondere , o peggio far scomparire le ultime murature medievali quasi fossero un ingombro o una colpa da tenere ben nascosta. La mancanza  totale di planimetrie, di documenti in grado di restituire l’immagine di una San Severo ai tempi del medioevo lascia il campo aperto alle più svariate congetture , tutte possibili e tutte da dimostrare. A queste carenze si aggiunge la distruzione sistematica del patrimonio storico da parte degli stessi abitanti  che , animati solo da un atteggiamento utilitaristico, non ci pensano due volte a distruggere la storia patria, che evidentemente non amano, pur di costruire un metro cubo in più. Altra caratteristica locale è quella di pasticciare con la storia , mescolando elementi originali con pezzi falsi, modificando i luoghi in modo irreparabile e alterando la lettura dei monumenti.
Pietra del 1352 incastrata nell'architrave dell'ingresso attuale della chiesa di S. Giovanni Battista
Un caso tra i tanti è rappresentato dalla porta d’ingresso della chiesa di San Giovanni Battista.
L'ingresso attuale è situato su via santa Lucia. Nell’architrave, in alto, si trova incastonata una pietra più antica delle altre , con una scritta che  riporta l'anno di costruzione della porta avvenuta nel mese di maggio del 1352. L'ingresso a cui facciamo riferimento fu invece realizzato nel 1744, dopo aver murato la porta della chiesa verso ovest perchè la nuova borghesia allora nascente, trovò più comodo entrare dalla parte dell'abside anzichè  dall'ingresso antico di fronte al quale si trovavano ancora i ruderi del castello con il relativo fossato.  Per rifinire la porta attuale,  furono rimossi gli stipiti con l’architrave e la scritta, appartenenti ad un passaggio che nel 1352 fu aperto per ordine della regina Giovanna I d’Angiò per festeggiare la pace con il cognato Luigi d’Ungheria che l’accusava di aver ordinato l’omicidio  del marito Andrea d’Ungheria. La porta ( della Regina ) fu aperta nella parete laterale della chiesa sul lato nord (dove oggi sorgono delle botteghe). L’apertura dell'ingresso del 1352 coincise con il restauro della chiesa  finanziato dalla regina che donò alla parrocchia di san Giovanni dei terreni all’incrocio del regio tratturo con la via per Torremaggiore. Questi terreni , chiamati per anni i “quadroni della regina Giovanna”, si trovano ancora sulle carte geografiche con il nome di Quadroni di san Giovanni.
 Nello stesso anno (1352) si celebrarono le nozze ,con incoronazione, tra la regina ed il cugino, Luigi di Taranto. Con il riconoscimento dell’innocenza di Giovanna I, ebbero fine le ostilità di Luigi d’Ungheria che, convinto del coinvolgimento della cognata nell’omicidio del fratello, non perdeva occasione per compiere incursioni nel regno di Napoli ricorrendo a bande di mercenari. Il mese di maggio del 1352 fu quindi una data importante per il regno di Napoli rappresentando l’inizio di un periodo di pace e serenità. La notizia di questo importante avvenimento fu inciso nella pietra ( che come detto prima, costituiva l’architrave di una porta aperta in quell'anno sulla parete nord della chiesa) in modo da essere letta da chi attraversava “Porta Castello” per entrare in città. Sulla stessa parete nord della chiesa di san Giovanni, in alto a sinistra, era dipinta l’immagine di san Cristoforo, oggi non più visibile dopo la costruzione del campanile nel 1767.
 Alla base della porta fatta costruire dalla regina, sotto la soglia in pietra, apribile per mezzo di catene( notizia data da testimoni attendibili) , è possibile arrivare in un vano sotterraneo di cui si ignorano ancora le dimensioni e le caratteristiche costruttive per mancanza di rilievi e foto. 
Le cronache del TITO riportano un soggiorno a San Severo della regina Giovanna intorno al 1350. A questo punto non si può escludere che il soggiorno sia avvenuto appunto nell’anno dell’incoronazione (1352). Nel 1365 Giovanna I è a Napoli e qui conosce la regina di Svezia Brigida, futura santa, in soggiorno in Italia per visitare i luoghi francescani.
Nel 1366 la regina Brigida ed il consorte si recano a Montesantangelo per visitare la grotta di san Michele. Data la presenza del castello angioino in quella città non si può escludere che nello stesso periodo si trovasse anche la  regina Giovanna per far gli onori di casa. Sempre negli stessi anni i frati di san Giovanni in Piano( monastero situato su di una collina tra Apricena e Poggio Imperiale) abbandonano il complesso monastico isolato non più sicuro, per trasferirsi a San Severo in un piccolo monastero annesso ad una chiesetta (che diventerà poi quella dei Celestini), edificato su terreni appartenenti un tempo al principe normanno Petrone e da questi donati  ai monaci benedettini .
Sotto il pavimento della chiesa dei Celestini , attraverso un foro quadrato nei pressi dell’altare è oggi possibile vedere la cripta sottostante con nove scranni in muratura dove venivano posti i cadaveri dei monaci. Varie testimonianze rilasciate da  addetti ai lavori, presenti al momento del rinvenimento della cripta affermano la presenza di una scala in muratura murata , in direzione dell’antico chiostro e della presenza di una cripta, poco distante, con una porta protetta da due statue in pietra, a forma di guerrieri , a guardia di quello che si  può supporre potesse essere la tomba di una personalità di rango. Il primo nome che veniva alla mente era appunto quello della regina Giovanna, ma quest’ultima risulta essere sepolta a Montesantangelo nella chiesa di san Francesco fatta costruire dalla stessa : allora chi si trova sepolto sotto il pavimento della chiesa, oltre ai monaci? Voce di bene informati parlano anche di una colata di cemento ordinata dal parroco del tempo ,per  occultare il passaggio appena scoperto. Inutile cautela perchè per individuare eventuali cavità nascoste, oggi la tecnica mette a disposizione dei ricercatori i georadar ,rilevatori computerizzati ad onde elettromagnetiche, in grado di eseguire una sorta di TAC del terreno, e riportare graficamente sia la consistenza del terreno che la dimensione di eventuali vuoti.
 Finestra monofora sulla parete laterale ovest della chiesa di S. Francesco
Particolare della facciata della chiesa di S. Francesco caratterizzata dal riuso di elementi lapidei recuperati come il basamento in cima alla  facciata sotto la croce, formata da cornici di finestre gotiche, montate al contrario
La costruzione della chiesa di san Francesco a Montesantangelo ,ordinata dalla regina Giovanna I fu solo una coincidenza o doveva rappresentare un omaggio alla coppia reale di Svezia in occasione dell'annunziata visita nei luoghi dell’arcangelo Michele?. E se la regina Giovanna avesse fatto edificare anche la chiesa di san Francesco in San Severo.?. Non vi sono documenti che attestano o smentiscono tale ipotesi, ma la facciata della chiesa , se la si immagina con un timpano triangolare al posto di quello attuale, grazie ai  due poderosi costoloni laterali, ricorda immediatamente, anche se in piccolo, la chiesa di santa Chiara di Napoli, fatta costruire dal nonno di Giovanna I.  La parte della chiesa verso l’interno del monastero nasconde le tracce più cospicue di un passato medievale. La recente caduta di una voltina di mattoni fissati a gesso, travolta dal crollo del tetto fatiscente ha fatto riemergere una finestra monofora in pietra, del tutto simile a quelle murate sulla facciata di san Giovanni in Piano. Proseguendo sulla facciata laterale si giunge nei pressi di un piccolo deposito la cui porta d’ingresso è stata ricavata  sotto un arcone ogivale in mattoni. Questo locale dalla pianta quadrata è quello che resta del campanile della chiesa dopo il crollo in seguito al sisma del 1627.
Voltina a crociera con costoloni alla base del campanile crollato della chiesa di S. Francesco
All’interno , si può vedere una piccola meraviglia architettonica , ancora dimenticata : una voltina a crociera con costoloni e chiave d’arco con raggiera. Sembra di trovarsi a Castel del monte.
La fattura e la qualità delle pietre ricordano anche  le volte di santa Maria di Ripalta, coeva di Castel del monte. La presenza di arconi ogivali sulle pareti ci fanno capire che il campanile poteva avere la base passante , come il campanile della cattedrale di Trani. Il piano di calpestio doveva trovarsi ad almeno due metri sotto il livello del pavimento esistente . Questo può desumersi dal fatto che sui capitelli d’angolo ci si può sedere tanto sono bassi. Solo un saggio, con lo scavo del materiale di riporto , potrà accertare il livello effettivo della pavimentazione originaria.Questa ipotesi è suffragata dalla presenza di un arco in mattoni, affiorante dalla pavimentazione del cortile.

 Fonte battesimale nel cortile del convento di S. Francesco
 Depositato in un angolo del giardino , si trova un fonte battesimale ricavato da un blocco di pietra. Che debba trattarsi di un fonte battesimale lo si deduce dalla presenza laterale di un foro di scarico con i resti di perni metallici a cui  un tempo doveva essere fissato il congegno per lo svuotamento della conca.
Tracce angioine sono visibili sulla facciata di un fabbricato lungo via san Giovanni quando dalla chiesa omonima si scende verso corso Gramsci. Ai lati di una finestra al primo piano di un vecchio fabbricato, spuntano dalla parete due mensole in pietra a rostro d'aquila , perfette nella linea e nella fattura si nota immediatamente la loro appartenenza ad un altra cultura , ad una committenza non del luogo, a maestranze forestiere, abituate a lavorazioni raffinate sotto la guida di esperti maestri lapicidi .
Sono elementi architettonici appartenenti al più puro stile gotico che solo una committenza eccezionale poteva permettersi.
Solo per dovere di cronaca occorre notare che nel 1296 Carlo II concesse al clero locale che ne aveva fatto domanda, la facoltà di usare le pietre della Domus Federiciana  all'epoca abbandonata ( la domus detta anche "bellovideri" , secondo alcuni recenti studi potrebbe corrispondere all'attuale castello di San Severo, i cui resti sono ancora visibili nel sottosuolo) per riparare ed abbellire alcune chiese. La domus ,divenne allora una cava di materiale da costruzione. Negli immediati paraggi ,su via san Giovanni i gradini d’ingresso di alcuni portoncini sono costituiti da blocchi di pietra di Montesantangelo uguali per dimensioni a quelli ancora presenti nei sotterranei del Castello.

    

martedì 31 gennaio 2012

la bottega del disordine: Torchi oleari

la bottega del disordine: Torchi oleari: Base di torchio in via E. De Troia, dopo una ripulitura sommaria Durante l'esercitazione di un corso post-diploma (1996) avente per ogge...

sabato 9 luglio 2011

Il chiostro di palazzo Celestini

I lavori di restauro e valorizzazione di Palazzo Celestini si inseriscono nelle previsioni del PIS Barocco codice V. La progettazione e la direzione lavori sono stati affidati al gruppo di lavoro formato dagli architetti  V. Carbonaro, G. di Capua e L. Pallotta.
Impresa aggiudicatrice dei lavori: EDIL.COR. di Cortellino Mario -Trani-
Inizio dei lavori giugno 2010 ,fine lavori marzo 2011
Oggetto dei lavori: l'antico chiostro del monastero con il ripristino dei primi vani d'accesso ed il rifacimento della rete di smaltimento delle acque piovane.




Planimetria di progetto dell'intero isolato con il recupero di due lati del chiostro, il terzo lato appartiene alla chiesa, mentre il quarto lato, caduto "dalle fondamenta" durante il sisma del 1627 non fu più ricostruito. Nel progetto è stato ipotizzato l'ampliamento della sala consiliare verso il cortile dell'ex stazione dei Carabinieri, per conseguire, oltre all'abbattimento delle barriere architettoniche,  un incremento della ventilazione e dell'illuminazione.

Breve storia del Monastero dei Celestini a San Severo

Qualche anno dopo il terremoto del 1731, non meno disastroso di quello del 1627, per San Severo iniziò un periodo di particolare sviluppo economico  ed edilizio. In stile barocco furono edificati sia i palazzi della borghesia nascente che le chiese e i monasteri; questi ultimi, abbandonata la sobrietà che solitamente caratterizzava l’architettura monastica,  entrarono in competizione con l'edilizia privata per l' ostentazione dei materiali e per la ricchezza dell'apparato decorativo.
 Palazzo Celestini, insieme alla chiesa ,occupa oggi 3600 metri quadrati dei 3900 dell’ intero isolato  , tra Piazza Municipio, via Angelo Fraccacreta, vico Mustacci e via dei Quaranta, con tre cortili, cantine e ambienti che si sviluppano con due piani fuori terra. Solo un angolo di circa 300 metri quadrati, tra via A.Fraccacreta e vico Mustacci , da sempre di privati, fu demolito nel 1957 per la costruzione della nuova sede del banco di Roma. Alla banca e a privati appartiene la maggior parte delle cantine, un tempo tutte del monastero.
Tutto l’apparato decorativo (portale, pozzo, acquasantiere..) del complesso architettonico del Monastero dei Celestini di San Severo è caratterizzato dalla ripetizione di uno stemma alquanto singolare ( due pagnotte, sotto la croce con il serpente) che trova le sue origini in un monastero, oggi abbandonato e allo stato di rudere, tra Apricena e Poggio Imperiale: san Giovanni in Piano.

L’ eremita Trifone e origine del monastero di San Giovanni in Piano
San Trifone era un eremita che nella prima metà dell’anno 1000  si dice che abbia dato ospitalità al conte Petrone di Lesina che si era perduto nei boschi della zona durante una battuta di caccia notturna.  L’indomani l’eremita donò al conte, prima che questi riprendesse il viaggio di ritorno, due pani .
Il conte ricambiò tanta cortesia facendo erigere presso l’eremo un piccola chiesa chiedendo che  l’episodio dei pani fosse riportato in forma simbolica.
Successivamente Petrone fece dono alla nascente comunità benedettina di molti possedimenti e curò la costruzione del primo monastero inaugurato da lui stesso il 1088. Il convento fu affidato dal conte a frate Ainardo.
I beni donati al monastero da Petrone furono riconfermati dal nipote Goffredo anche lui conte di Lesina e, successivamente nel 1221 da Federico II. (nota 1)

Presenza di Pietro da Morrone (Celestino V) a S. Giovanni in Piano
Il 1276 Pietro da Morrone, alla continua ricerca di solitudine, lascia la badia di S. Spirito a Maiella e si sposta nel monastero di s. Maria in Faifoli (presso Campobasso) e stringe rapporti con Carlo I D’Angiò che prende il monastero sotto la sua protezione per liberarlo da vessazioni da parte di un certo Simone di S. Angelo.
Nell’arco di tempo tra il 1276 ed il 1279 lascia Faifoli e si trasferisce al monastero di s. Giovanni in Piano   bisognoso di restauri in quanto cadente. Durante la sua assenza riprendono le persecuzioni contro il monastero di Faifoli fino al punto che fra Pietro decide di trasferire in san Giovanni in Piano i 40 monaci del monastero molisano. S.Giovanni in Piano grazie alla presenza dei monaci da poco immigrati riprende nuovo vigore e rifiorisce.
I Celestini erano religiosi della congregazione fondata da Pietro di Morrone ( poi papa Celestino V) verso il 1264 all’interno dell’ordine dei  benedettini.
La prima congregazione era retta dall’abate di S. Spirito a Maiella (Sulmona).
Gli ordini dei celestini in Italia furono soppressi definitivamente tra il 1807 ed il 1810.


Trasferimento a San Severo
Nel 1300 l’Episcopio di Lucera rivendicò i propri diritti sul monastero di S. Giovanni in Piano.
Questa disputa fu riportata in un documento del 15 ottobre 1300 dato a città di s. Maria
In tale documento il procuratore di s. Spirito a Sulmona chiese alla sede apostolica di intervenire contro AIMARDO, vescovo di Lucera.
Nel 1330 circa un episodio di violenza perpetrato ai danni di due monaci del monastero (Fra Gentile e frate Guglielmo furono uccisi da un certo Nicola, nipote del vescovo di Lucera) , le continue angherie da parte della nobiltà di Lesina ed alcune invasioni turche convinsero i monaci di San Giovanni in Piano a trasferirsi a San Severo in alcuni locali di loro proprietà nel mezzo della pubblica piazza dove nel 1375 era stata costruita una piccola chiesa.
Il primo monastero era costituito dalla chiesa, dal chiostro e dai dormitori al primo piano affaccianti su questo ultimo. L’ingresso al monastero era ubicato in via dei Quaranta. Successivamente il fabbricato fu ampliato   fino al 1750, quando l’abate Turco ( nota 2) diede al complesso edilizio l’aspetto che ancora oggi possiamo vedere, spostando l’ingresso principale su quella che oggi è Piazza Municipio. Lo stesso abate curò la trasformazione del vecchio monastero di s. Giovanni in Piano in masseria affittandolo ai contadini e ricavandone rendite.

Con editto di Giuseppe Bonaparte del 13/02/1806 il monastero della SS.ma Trinità fu soppresso. Successivamente, con decreto di Gioacchino Murat del 28/04/1813 il convento e la chiesa annessa furono concessi al Comune per usi di pubblica utilità.

L’antico chiostro di Palazzo Celestini
Il cortile su cui un tempo si aprivano le arcate del chiostro è di forma quadrangolare e misura in media m.13.20 x 17.70, mentre prima del sisma del 1627 che provocò il crollo totale del lato dove oggi si trova la sala consiliare misurava m.13.20 x 15.20. Il porticato è largo in media 3 metri ed è coperto con voltine a crociera alte circa m.4.00.
 Dei  tre lati superstiti del chiostro, sono ancora visibili gli archi in muratura con le catene di sostegno.A metà degli anni cinquanta ,il lato del chiostro adiacente alla chiesa fu donato dal Comune a questa ultima e fu adibito a sagrestia. I due lati di proprietà del comune , chiusi con tramezzi per essere utilizzati come uffici e vani di servizio sono stati liberati dalle murature e resi percorribili come in passato. Verso la sala consigliare non si sa bene se  per passati interventi murari o per eventi sismici sono scomparse del tutto le campate del chiostro sostituite dalla  attuale parete con muri di sostegno.
 Riportiamo dal  manoscritto di Antonio Lucchino (Del terremoto che addì 30 luglio 1627 ruinò la città di San Severo e terre convicine) :”Del monistero de' Celestini caddero tutti i dormitori , e quello del Noviziato da' fondamenti, e della chiesa la tribuna, che con la sua rovina fracassò l'organo che vi era dentro.”Le pareti del primo piano conservano ancora le tracce di antiche lesene che iniziavano dall'incrocio degli archi e si sviluppavano in altezza fino al coronamento. Due arcate risultano inglobate in un muro di sostegno nella parete verso l'ufficio dei lavori pubblici. Dai pochi documenti che è stato possibile reperire risulta che alcuni lavori furono eseguiti verso il 1937, come il muro di rinforzo su via della Repubblica e la apertura degli sportelli al pubblico al primo piano.
A questo stesso periodo possono essere datati i  finestroni al primo piano in corrispondenza della sala consiliare. Le pareti risultano intonacate a calce , mentre i pilastri , in mattoni, presentano ancora tracce della pittura di colore giallo ocra chiaro. Il coronamento superiore è formato da conci di pietra calcarea disposti a filari sovrapposti con vari ordini di cornici.Due contrafforti in mattoni pieni, a rinforzo della parete esterna della sala consiliare furono realizzati nei primi anni degli anni 60, mentre un WC pensile fu costruito agli inizi degli anni 70. Sempre dalle Cronache di A. Lucchino:…”Il claustro è ornato di pergolate le cui viti producono l’uva tre volte l’anno, e vi è un bellissimo piede( albero) di merangoli. Sta situato nel più bel luogo della città, in mezzo della piazza a man destra”…Strano a dirsi, due alberi di arance amare (i merangoli appunto) fanno ancora bella mostra di sé verso il tratto di chiostro annesso alla chiesa. Lungo la parete della sala consiliare si sviluppano in altezza tre palmette dal fusto esile una quarta è situata nell’angolo sud est.
In posizione eccentrica rispetto al chiostro, ma in asse con l’antico corridoio di accesso da via dei Quaranta si trova il pozzo cisterna con la bocca in pietra su cui sono presenti due stemmi, uno riportante il simbolo di Celestino con i due Pani e l’altro con le iniziali di San Giovanni, il che lascia supporre che sia stato trasportato da San Giovanni in Piano probabilmente con il trasferimento dei monaci alla fine del 1300.

Progetto di valorizzazione e fruizione del chiostro
Il recente progetto di valorizzazione e fruizione del chiostro ha inteso dare al chiostro una funzione vitale per lo svolgimento di attività culturali e di riti civili, oltre che rendere tale realtà, nascosta per decenni, a disposizione della popolazione di San Severo. Per realizzare la piena fruibilità, i muri del chiostro sono stati liberati dai compressori dell’aria condizionata, dai cavi e dalle tubazioni a vista che li ricoprivano. Sono state eliminate tutte le superfetazioni come bagni pensili, tramezzi e vetrate realizzati a chiusura delle arcate. Tutte le tubazioni idriche, di riscaldamento, i cavi elettrici e di trasmissione dati , sono stati totalmente interrati. Alcune lampade a led diffondono la luce illuminando le arcate dal basso. Particolari prescrizioni sono state imposte dalla Soprintendenza ai Monumenti per cui sono state conservate tutte le modifiche apportate alle murature , conservando le cornici con rotture e lacune, senza riempirle con falsi storici. Così le superfici delle pareti esterne potranno apparire “strane”a prima vista, ma , a guardarle bene , saranno in grado di raccontare le varie fasi storiche e le trasformazioni apportate alla fabbrica fino ad oggi. Le acque meteoriche che prima si riversavano in parte nel suolo per le rottura del vecchio cunicolo di smaltimento  sono state raccolte con un efficiente sistema di sifoni con tubazioni in PVC a tenuta ermetica in grado di portare all’esterno tutta l’acqua piovana proveniente sia dal pavimento che dai tetti.I pavimenti del porticato e del cortile, in cotto della Sannini, sono stati posati su un vespaio areato per evitare la condensa.   Le pareti esterne, i pilastri e parte delle pareti del porticato sono state trattate con pittura a calce la cui tinta si avvicina, dopo avere effettuato una stratigrafia delle pitture a parete, alla prima colorazione eseguita in passato sull’intonaco originale. Un piccolo “tappeto” di mattonelle di cemento colorato di fine ottocento ,venuto fuori sotto trenta centimetri di terriccio, è stato ripulito e ricollocato nella stessa area in cui fu scoperto. Sono state recuperate delle vecchie pianelle in cotto, prima usate come bordo di aiuole,  posandole dove si trovava, un tempo, il quarto lato del chiostro oggi non più esistente.
                                                                  Arch. Giovanni di Capua

Note:
1)
Dal Fraccacreta volume IV pag.56 e seguenti:
il conte Petrone, duca e signore di Lesina, erede di Roberto il Guiscardo, nell’anno 1092 dona alla chiesa i territori di Ripalta e S. Giovanni in Piano. Non sappiamo se si tratta dello stesso Petrone ospitato dall’eremita Trifone, perchè gli eredi portano lo stesso nome .
 Fino ai primi anni del 1800 , nella sagrestia della chiesa dei Celestini era visibile a parete una tabella di palmi 2 x 2-1/3 in cui tra le messe da celebrare era riportata una messa cantata da celebrarsi, a titolo di gratitudine, entro otto giorni dalla natività di s. Giovanni Battista, per l’anima del Dominus Petrone ,conte di Lesina insigne benefattore del monastero.

2)
La parrocchia di s.Giovanni Battista nel 1750 vendette ai Celestini un gruppo di abitazioni ubicate sull’area dove adesso sorge l’ingresso principale del monastero. Altro gruppo di abitazioni di proprietà di privati e qualche piano terra della parrocchia di San Severino furono acquistati per essere poi demoliti in modo da formare l’attuale piazza Municipio.


 PRIMA DEI LAVORI- Lo stemma celestiniano sul portale di via dei Quaranta. Sotto la fascia centrale sono riportate le due pagnotte , simbolo dei lasciti normanni. In alto lo stemma di Celestino V con a lato due gigli angioini.

PRIMA DEI LAVORI - La parete verso la sala consiliare ancora occupata dai bagni pensili, dai compressori dell'aria condizionata, dal serbatoio dell'autoclave e dal groviglio di tubi dell'impianto elettrico a vista.

PRIMA DEI LAVORI - Il serbatoio dell'autoclave sotto l'arcata dell'antico ingresso da via dei Quaranta

PRIMA DEI LAVORI - Le unità esterne dei condizionatori alle pareti del chiostro. Sopra una di esse è possibile scorgere il capitello terminale di una lesena, scalpellata nel 1937, durante i lavori di "ammodernamento" del cortile.

L'antico portone d'ingresso su via dei Quaranta nel 2008, prima che l'incendio di un auto ne rovinasse lo stipite alla destra.


Una visione sulla piazzetta del portone su via dei Quaranta (2008)
Il balcone sopra la porta fu realizzato nel 1937 ampliando una finestra esistente . Sia la soglia , di graniglia di cemento ,che l'inferriata,  ripetono lo stesso disegno di quelle settecentesche.

Planimetria dell'intero isolato prima dei lavori


 PRIMA DEI LAVORI -Una sezione del chiostro con le arcate occupate dai tramezzi degli uffici

 DURANTE I LAVORI- L'ingresso antico al chiostro è stato ripristinato abbattendo il muro costruito sotto l'arcone alla fine dell'800.

DURANTE I LAVORI (2011)Una vecchia apertura  scoperta sotto l'intonaco che ricopriva un muro medievale è stata restaurata  e resa accessibile mediante la formazione di una rampa di scale in mattoni



DURANTE I LAVORI (2010) Le prime campate del chiostro, appena liberate dai tramezzi

 DURANTE I LAVORI (2010) Un pezzo di pavimento in cemento colorato di fine ottocento riappare sotto uno strato di terriccio

 DURANTE I LAVORI (2010) Dopo la realizzazione delle canalizzazioni per lo smaltimento dell'acqua piovana all'esterno si esegue il vespaio areato su cui sarà  posato il pavimento in cotto


Posa dei listelli in cotto sul fondo il pozzo cisterna 


le mattonelle in cotto che prima delimitavano le aiuole, sono state recuperate e posate dove un tempo era ubicato il quarto lato del chiostro.

Ultimata la posa dei listelli si procede alla pulitura delle fughe. Al centro del pavimento il pozzetto di raccolta delle acque piovane.


Esecuzione del massetto di finitura prima della posa del pavimento in cotto

Il pavimento in cemento colorato è stato posato nella stessa posizione in cui è stato ritrovato, adeguandolo al nuovo livello della pavimentazione

Posa dei listelli in cotto a "spina pesce"

lato sud est del chiostro durante la posa del pavimento in cotto

Un particolare della posa del pavimento sotto il porticato

Vista del pozzo durante i lavori di pavimentazione

DURANTE I LAVORI (2010) Campata sud del chiostro  dopo la posa dei casseri del vespaio areato